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sabato 8 luglio 2017

La sibilla. (quinta figura)



Uno non sa quel che l’altro vuol sapere e tutti gli altri sanno già.

Il segreto di pulcinella, quanti ce ne sono? un vaso specchio, un nome forma cioè singolare e plurale contemporaneamente, pendolo apparente che gioca a tennis su un campo di Wimbledon, uno non è ne l’altro ne gli altri, checcazzo mi credo di essere, tutti quei libri? Merdaccia, gioco di fino, i cani potrebbero rifiutarmi in tal caso basta girare il significato della parola e tutta fila liscio come olio.

Forma non accertata dall’esperienza quindi innominabile se non con un giudizio a priori, convenzionale, questi si sprecano, ce ne sono a non finire e nemmeno uno che mi piaccia. Restiamo nel nulla, a caso, come viene, di fronte, cioè sulla pagina dove scorre il clip, quello che vuol sapere, il curioso, la spia in incognito, la sonda nel linguaggio e poi tutti gli altri cioè il manicomio.

Una figura tramandata dal passato, un dibbuk direbbe Singer, che si è impossessato di un’ allegra comare  inglese all’apparenza molto altolocata, la figura si allarga, non è che ingrassi ma si ripete, un’eco che ridonda sull’intero pianeta e che comunque, a prescindere dai significati che esprime cioè il manicomio e quindi la chiesa inglese super puritana, è collocata con perfezione assoluta, da perderci la testa.

“Avevo un maialino che si chiamava Sorry, un regalo, veniva dalla Cina.”

“Che cosa ci facevi?”

“Che domande…me la facevo leccare, aveva una lingua rasposa, me la scarnava tutte le volte, mi faceva uscire tutto quello che c’era, un parto continuo, godevo come una pazza…”

Il peso del nome che dà forma alla bara: “Vecchia come sei non ti vergogni a dire queste cose?”

L’occhio ragnetto sull’ombelico del mondo ha un sussulto, si mette a ridere sguaiatamente, colpi di tosse a non finire, prima che soffochi do un colpetto al vaso, la sibilla si riprende e risponde: “Di quale vecchia vai parlando? Io sono giovane, io sono la madre di dio, l’ho avuto da lui!”

“Lui chi?”

“Che domanda, lui, il maiale, Sorry…”

“Vuoi dire che oltre a leccartela ti faceva anche…”

Altro scoppio di risate, si calma e continua: “Cosa dici, lui, lo avevano castrato da piccolo, era così carino, aveva un musino…”

“E come lo hai fatto il figlio allora?”

“Me lo ha portato lo spirito santo, figlio di dio garantito al cento per cento, solo che…poverino, lui, non è fortunato, ecco! Mi fa stare sempre in pena…”

Il vaso, una mazza e ribatto: “Non capisco, in tal caso che c’entra Sorry?”

La voce si fa fievole ed aspra, come se uscisse dalla bocca di una medium in trance: “Tu non sai, lui è morto ormai da tanti anni ma… solo mura intorno a me, spoglie lurida mura… viene o trovarmi tutte le notti nei sogni e… lui mi ha detto di essere dio e che era venuto da me per provarmi, lui è il mio sposo divino e quando morirò…torneremo insieme…ma non posso morire, vorrei tanto ma non posso, lui non vuole, dice che non posso lasciare il suo santissimo figlio in questo mondo di bruti altrimenti quell’altro, l’impostore, il diavolo lo ucciderà!”

Flemma inglese, a aplomb perfetto: “Chi sarebbe questo impostore?”

Altra risata isterica, singhiozzi, tosse eccetera con pianto dirotto finale poi continua, aspra, carica d’odio: “Lui è Giuda, lo deve tradire ma non lo permetterò, tu non sai quanto mi ha fatta soffrire, lui mi ha tradita…a me, la madonna, io…quanto ho sofferto…”

“Prima o dopo il maiale?”

“Che domanda, prima, se lo avessi conosciuto dopo non l’avrei neanche guardato in faccia.”

“Che cosa ci facevi con quello?”

“Oh!...questo non te lo dico, scoprilo da solo…”

“Devi essere una romanticona, quante volte hai letto “L’amante di lady Chatterly”… era più bravo di Sorry?”

Silenzio. Il vaso tace, probabilità adattata, l’abito pietrificato di una regina, chissà chi ed in quale antichissimo passato lo vestì la prima volta, patchwork della tela di Aracne, lunga catena aggiornata al presente da un fragile gambo che sostiene un peso ormai impossibile da reggere… che succederebbe altrimenti?...fuori dalla finestra si vedono i cortili del palazzo che si stanno riempiendo di merda, livelli uno sopra l’altro, le mura traboccano, qua e la si aprono crepe, si sentono sordi scricchiolii, quando torneranno coi cani…

venerdì 7 luglio 2017

La sibilla. (quarta figura)


La caccia alla volpe.
L’occhio di dio che guarda dalla tomba, la foto con l’occhio, la foto è una tomba? Forse una credenza, gira e rigira si scrivono sempre le stesse stronzate, un manicomio, habitat naturale, l’occhio del morto, il castigamatti, le spie della Cia e del KGB, agente 007 con licenza d’uccidere, s’alzano i bombardieri a bruciare Sodoma e Gomorra, insomma che palle!

Qualcosa di nuovo in tema… Un giorno, era estate, faceva caldo e stavo dondolando sull’amaca più annoiato che mai, tenevo il cazzo in mano per farmi una sega ed indugiavo sulle tante facce che apparivano nel sogno offrendosi di succhiarlo quando dal cielo arrivò un tipo in picchiata, era vago da descrivere comunque disse: “Lassù hanno deciso una caccia alla volpe, preparati perché la volpe la farai tu, non ti daranno tregua fino alla morte, fossi in te comincerei a correre.”

Alla notizia il cazzo semifloscio che stavo menando  venne subito duro e mi sborrai in mano, ero in fregola, finalmente qualcosa di eccitante. Il tipo era volato via con la stessa velocità con cui era arrivato, il problema era logico, dovevo studiarne una da fregarli tutti, come al solito in questi casi mi affidai all’improvvisazione ed ecco come andò.

Si sentivano latrare i cani, non avevo un attimo da perdere, con un fischio chiamai la mia astronave che tengo posteggiata in un cratere profondo del Fushijama, quella arrivò subito ronzando e scodinzolando, saltai a bordo ed in un attimo volai in Asia, feci prendere alla macchina l’aspetto di un drago orrendo e spaventoso ed iniziai a scorrazzare sopra la Cina facendo un fracasso del diavolo e sputando tutte le fiamme che potevo.

Inutile dire che sull’istante tutti i cinesi si cagarono addosso, feci fare al drago ancora qualche pazzia per terrorizzarli e quando vidi che erano pronti calai giù e dissi: “Se volete vivere dovete fare un pacco delle mutande dove vi siete cagati e spedirlo a Buckingham Palace personalmente alla regina Elisabetta altrimenti vi mangio tutti.” E nel dirlo feci digrignare i denti al drago e sputare fuoco e fiamme.

Quelli erano sbalorditi ma vista l’alternativa accettarono, un miliardo e passa di cinesi che si cagano addosso non è cosa da poco, si era alzata una puzza di merda colossale che il vento stava sparpagliando sull’intero pianeta, i cani rimasero confusi e persero le mie tracce, ne approfittai e volai subito a Londra.

I nobili ed i loro servi erano partiti tutti per la caccia, in giro si vedeva quasi nessuno, prima che il postino iniziasse a recapitare la corrispondenza atterrai al castello, nascosi l’astronave in un posto segreto e quindi bussai alla porta…

giovedì 6 luglio 2017

La sibilla. (terza figura)




L’occhio invisibile guardava gli amanti nella foga d’amore
gemiti spasmi d’eccitazione
un fiume di bava colava
lava incandescente dall’occhio colpevole
l’ira di dio soffiava sul quadro
tutto bruciava
misera cenere superstite d’uno stollo di merda…

 
Il numero per la chat.
“L’occhio che guarda dalla tomba, il seme contenuto, non so dove mettere il vaso, è piccolo ma ingombra, dovunque sia non si vede ma si sente, qualcosa che alita amaro e l’aria rimbomba muta del suo profumo. Chissà perché l'ho rubato? Proprio rubarlo dovevo per mettermi un cruccio in più, non ne avessi già abbastanza, va be’ l’ho fatto, inutile piangerci sopra, andiamo avanti.”  
 
Il cartellino si è perso per strada così non ho più la scusa, il vaso, quel ragnetto occhio all’ombelico, una figura spettacolare, probabilità infinite esplodono fuochi artificiali da non capirci un cazzo, la storia di Gige ad esempio che spia gli amanti, l’anello che rende invisibile, Bilbo Baggins, il drago ed il suo fiato sul collo, bacio amaro, forse il bacio della donna ragno di Puig, un ricchione, un ermafrodito, cos’è il nome e qual è la forma?  
 
I fili delle figure eruttate dal vulcano nell’isola misteriosa stavano convergendo nella pagina che avevo davanti, guardavo le lettere scorrere sul foglio, il clip scorreva al presente lasciando dietro di sé una scia di parole che appena scritte entravano nell’attimo passato e da quell’attimo l’occhio guardava, un passato presente, un nome forma, il passato qualunque esso sia non si può toccare, solo nominare.  
 
Il tappo, la tentazione di stapparlo era forte, una figura letterale, non esiste veramente, solo parole, guardavo le probabilità, forse come la lampada di Aladino c’era un genio capace di esaudire qualsiasi desiderio oppure era un semplice canapo funerario e conteneva rimasugli delle interiora di un morto vissuto chissà quanti millenni fa, sapevo che se lo stappavo non avrei più potuto tirarmi indietro, come il vaso di Pandora avrei potuto liberare tutti i mali contenuti, inoltre nella relatività del passato potevo averlo già fatto e peggio di come stavo non avrei potuto lamentarmi…
 
 Count down, il tappo venne via facilmente, dopo il plop onomatopeico dello stappo si sentì un rutto profondo e cavernoso fortunatamente senza odore, poi un ansimare roco quindi una voce d’oltretomba con civetteria femminile disse: “I’m Sorry, I’m very very very Sorry…” e così, per gli amanti dello scriver colto e sibillino si presentò.


 
 

 




 

lunedì 3 luglio 2017

La sibilla. (prima figura)


 
Quella volta…ma potrebbe essere adesso, il tempo di chi scrive e di chi è scritto non si può definire con certezza perché come tutte le pagine web se si togliesse quel che hanno scritto sopra sarebbero uguali così è anche il giorno, mi sentivo spremuto, come si suol dire ero in ricarica e stavo facendo una ricerca sull’origine della specie al Museo Egizio.
 
Camminavo tra mummie e sarcofaghi, tombe con gli occhi, trovavo la cosa curiosa, così i morti potevano guardare quel che avveniva all’esterno, quando ad un tratto ne vidi una uscire da un sarcofago ed andare verso un muro che si aprì per farla passare e sparì all’interno. L’apertura non si chiuse, incredulo di quel che avevo visto mi avvicinai al muro, subito mi trovai di fronte ad uno specchio infatti rifletteva la mia persona poi l’immagine svanì e lo specchio diventò una porta di vetro ed al di là c’era un piccolo vaso grande quanto il teschio di un uomo adulto su un piedistallo.

 Dovevo aver avuto un’allucinazione, il vetro prima rifletteva la parete di fronte e sembrava chiuso, la mummia non la spiegavo comunque incuriosito aprì la porta e presi in mano il vaso. Era tiepido, morbido, di semplice terracotta, non sembrava antico, l’apertura era chiusa con un tappo di sughero ed aveva solo l’occhio di Ra inciso con inchiostro nero sulla parte panciuta come un ombelico ed un cartellino attaccato con un cordino, sul cartellino era scritto “Rubami!” Il punto esclamativo rendeva l’ordine imperioso, nella sala non c’era nessuno e ce l’avevo già in mano, mi allontanai facendo finta di niente, lo nascosi nella borsa della macchina fotografica poi uscì dal museo.

Camminavo in un cimitero e le foto sulle lapidi guardavano
si sentiva un gran vociare provenire dalle tombe
fuochi fatui a forma di dito puntato
volteggiavano furiosi
gridando vendetta.

 A quei tempi vivevo dentro un immondezzaio mentale, era un cumulo di libri accatastati a formare una capanna nel cui interno avevo scavato una specie di stanza, non era granché ma ci stavo comodo. Corsi subito a rifugiarmi lì, non avevo fretta, giravo sul ciglio della voragine senza fondo ed i diavoli spiavano ogni mossa, posai il vaso sul tavolo e misi una tela sul cavalletto per dipingere la figura…


 

mercoledì 31 maggio 2017

Esmeralda



Era un giorno d’estate verso mezzogiorno, al Valentino c’era il sole, le aiole sembravano tavolozze spalmate di fiori multicolori, le fontane sprizzavano i loro getti con allegria e si sentiva un gran vociare di bambini che giocavano nei prati.

In quel periodo mi ero stufato di leggere ed avevo ripreso il trip della fotografia che da giovane avevo imparato e poi messo da parte, mi piaceva fotografare le gocce d’acqua, gli insetti sui fiori, gli uccelli in volo, le luci della notte ed i bambini. L’età mi aveva travolto con cingoli da carro armato ed il mio codice estetico m’impediva d’imitare il comportamento dei maiali ed allora cercavo la bellezza nelle immagini, i bambini si prestavano a meraviglia, li sorprendevo in pose naturali che poi al computer trasformavo in elfi e ninfette che giocavano nel classico loco ameno.

Ero appostato in caccia, i nervi all’erta, l’istinto della tigre scorreva vento sulla pelle con la macchina fotografica pronta a colpire quando notai una vecchia zingara cenciosa tutta vestita di nero che avanzava facendo la spola tra le persone per chiedere l’elemosina con la mano tesa. Abbassai l’obiettivo, emanava una pena che sfiorì la magia della caccia e aspettavo che si togliesse di torno ma quella sembrava farlo apposta e stava proprio sulla traiettoria del gruppo di bambini che stavo postando, si muoveva a zig zag ed intanto si avvicinava.

Non ho niente contro gli zingari, sono un effetto ed il male andrebbe ricercato nella causa che li costringe a fare quella vita, chiunque nascesse in un accampamento si comporterebbe come loro, è una questione di imprinting proprio come avviene nei modi raffinati dei nobili, si vede gli altri farli ed il resto è conseguenza.

Notai una certa finezza nei suoi movimenti, era magra, aveva il portamento eretto ed avanzava a saltelli come fanno le ballerine. In quel momento ricordai un racconto di Leskov, “Il viaggiatore incantato”, dove una bella zingara abile ballerina che faceva un sacco di soldi viene venduta ad un principe e poi quando questo si stufa si annega per gelosia, una morte all’Ofelia.

Non raccoglieva gran che, quel mattino erano già passati almeno una ventina di accattoni a battere la piazza, la gente si voltava per non guardarla o la cacciava con male parole, lei continuava imperterrita, oramai erano rimasti solo due anziani su una panchina ed un giovane pittore che stava dipingendo il castello, gli anziani le diedero una monetina, lei ringraziò ed il pittore si rivoltò le tasche facendole vedere che era in bolletta ed eccola qui.

Il viso vecchio e raggrinzito da una fitta ragnatela di finissime rughe, gli occhi spenti e acquosi, pose la mano e con voce querula, da suora abituata a recitare il rosario chiese: “Me lo dai un soldino? Per i bambini, han tanta fame.”

Dimostrava una sessantina d’anni e puzzava da fare schifo, la bocca piena di denti d’oro, chissà da quante bocche di morti eran già passati, negli accampamenti ci devono essere dentisti molto abili, dev’essere un segno di distinzione quello dei denti d’oro, la psicologia degli zingari, non c’è bisogno di guardar  lontano.

L’istintivo fastidio di dover fare una cosa che non dovrebbe esistere, il ricordo della zingara di Leskov mi aveva raddolcito, provai a scherzare come faccio di solito e le dissi: “Ti do la monetina ma tu cosa mi dai in cambio?”

  Lei mi guardò con aria completamente disinteressata, tese ancora la mano gemendo lacrimosa: “I bambini, una monetina per i bambini…”

Sti cazzo di bambini, non dovrebbero esistere elemosine per i bambini, non ero scemo da non sapere che era solo un commercio come tanti altri ma non lo facevano solo gli zingari quindi rimasi sullo scherzo e ribattei: “Deve essere una bella vita, una decina come te al mio servizio potrei vivere come un pascià, dimmi almeno come ti chiami e ti do il soldino.” 

Nel dirlo l’avevo guardata con i miei occhi assassini, lei ebbe un leggero sussulto, nei suoi occhi si vide come un qualcosa che stava rintanato all’interno salire in superficie e si misero a brillare.

“Perchè lo vuoi sapere?” chiese.

“Sono curioso.”

Rimase qualche secondo pensierosa e in un soffio rispose:

“Esmeralda.”

Il juke box dei miliaia di libri che ho in memoria si mise a girare e tirò fuori il disco: “Esmeralda, bel nome, l’amata dal gobbo, poi viene impiccata come Giuda, che strana combinazione.” 

“Me non mi impicchi, perché mi vuoi impiccare?”

“Per vederti dondolare, così mi segni il tempo quando suono la chitarra, scherzavo, ridotta come sei se ti impiccassi ti farei solo un favore ma quelli sono affari tuoi.” 

Aveva cambiato voce, da querula e pietosa divenne spigliata, i toni rochi dall’età ma con sfumature vagamente femminili, disse: “Se vuoi ti posso leggere la mano, dammi la destra.” 

Tono di comando, per un attimo mi sorprese, l’idea mi piacque e gliela posi.

Lei la prese tra le sue, erano dure ed ossute con lunghe unghie annerite di sporcizia, la strinse come volesse berne il calore poi la aprì e con un dito si mise a solcare le linee: “Tu devi essere fortunato,” disse con tono convinto, “qui si legge che presto conoscerai qualcuno che ti farà avere un sacco di soldi.”

Mi misi a ridere e ribattei: “Scommetto che lo dici a tutti i grulli che si fanno leggere la mano, chi dovrei conoscere?”

Rimase un attimo a pensare poi mi guardò con aria di sfida e disse: “Me!”

La cosa era proprio divertente così continuai: “Vuoi dire che andrai a chiedere l’elemosina per me? Non sono il tipo e poi ormai c’è troppa concorrenza.”

“Tu non sai ma io faccio le uova d’oro!”

“Cosa sei, una gallina?”

“Sono una donna, adesso sono vecchia, ma un tempo…”

“Se fai le uova d’oro perché vai in giro a chiedere l’elemosina?”

Lei si sedette al mio fianco e con aria di chi sta per rivelare un grande segreto che non deve sentire nessun altro rispose: “Le faccio ma per farle ho bisogno che qualcuno mi aiuti, fin’ora nessuno lo ha voluto fare ed io non le voglio dare per niente.”

Mi stava prendendo in giro ma era divertente e così stavo al gioco:

“Da dove le fai?”

“Le faccio…lo vedo che non mi credi…” si frugò in una tasca e tirò fuori una minuscolo granello dorato mettendomelo sotto il naso, odorava di uova marce, disgustoso. Lo chiuse nel pugno e continuò: “Non sono proprio uova ma io le chiamo così, questa l’ho fatta stamattina, ho usato le mani ma se lo faccio da me non viene bene, sono sicura che se tu mi aiutassi verrebbero enormi, potremmo venderle e fare un sacco di soldi poi dividiamo a metà.”

“Fammi vedere la pepita”

Riaprì la mano e me la fece toccare, sembrava proprio oro, mi stava prendendo in giro ma volevo vedere dove sarebbe arrivata: “Come hai fatto a farla?”

“Te l’ho detto, con le mani, ho fatto da sola.”

Qualcosa in me aveva capito l’antifona ma non riuscivo a credere che sarebbe stata capace di tanto, chiesi: “Con le mani, che vuol dire, trasformi le pietre in oro?”

“Non essere scemo!” esclamò decisa, “con le mani…mi escono da…come dire? mi escono da lì, cerca di capire, mi tocco e loro vengono giù però se tu mi aiutassi…”

“Vuoi dire che ti escono dalla figa?”

  “Proprio così! È un segreto, non l’ho mai detto a nessuno però adesso sono vecchia e prima di morire mi piacerebbe provare…”

“Che cosa dovrei fare?” domandai sbalordito.

“Ebbene…se tu me la leccassi sono sicura che uscirebbero che pesano un chilo, poi andiamo da quelli che cambiano l’oro e pensa la cuccagna.”

L’Arte o canone è un gioco per fini intenditori e tra le righe ce ne sarebbe già da scrivere un romanzo, per farla breve ci fu una contrattazione, intuito puro, avevo iniziato il gioco e sarei stato un vile se mi fossi tirato indietro così finsi di accettare sicuro che alla fine si sarebbe rifiutata per la vergogna, ci riparammo dietro una siepe in un posto lontano da sguardi, lei si tirò su la gonna e calò le braghe frettolosamente poi si coricò a terra aprendo le gambe. Un tanfo da far vomitare i cani eppure mi sentivo attratto, avvicinai la bocca alla sua vagina, questa si spalancò e disse:
 
“Cagar di bocca fa gelosia
tu puoi veder filosofia
dentro la bara ch’è chiusa al fato
per respirar quel che è il tuo fiato.”
 


domenica 14 maggio 2017

Lolita.


Quel mattino ero al Valentino, erano circa le undici, c’era il sole, non faceva ne freddo ne caldo ed un piacevole venticello portava il profumo delle rose che stavano fiorendo nei giardini oltre alle note altalenanti di un fisarmonicista che suonava alla porta del castello. Stavo sotto un albero con la schiena appoggiata al tronco vicino alla fontana e leggevo un racconto di Isaac Singer, il figlio del rabbino, che parlava di morti che uscivano dalle tombe, dybbuk che entravano nelle persone e gli facevano fare le cose più assurde, era opprimente ma ero interessato alla cultura ebraica e continuavo a leggere, finalmente arrivai al termine, chiusi il libro e rimasi per un po’ a guardare la fontana cercando di non pensare a nulla.  

Un centinaio di metri più avanti in un prato cosparso di margherite c’era una bambina che giocava con un pallone, avrà avuto sui dieci dodici anni ed era già abbastanza formosetta, era bionda coi capelli lunghi e fluenti ed era vestita con una camiciola bianca a righe rosse ed aveva una minigonna vertiginosa sulle lunghe gambe nude. Correva ed ogni volta che raccoglieva il pallone si chinava mostrando in pieno il fiore delle sue mutandine bianche.  Cercai inutilmente di distogliere lo sguardo e devo confessare che sentivo un prurito innominabile che mi gonfiava il pacco nei pantaloni. Per svagare la tentazione ammiravo il contrasto tra il bianco delle margherite e quello delle sue mutandine e, parrà incredibile, ne sentivo distintamente il profumo, da impazzire! 

Cercai di metterla sull’intellettuale, le margherite, mi venne in mente la Margherita di Faust e la tentazione di Mefistofele, il patto col diavolo, la cosa era terribilmente arrappante e quella continuava a chinarsi e si avvicinava quasi lo facesse apposta. Avevo la mente che lavorava al galoppo in cerca di giustificazioni, ricordai una poesia di Catullo dove la labbra di una bambina in fiore erano insudiciate dallo sperma di un vecchio porcaccione, poi la Lolita di Nabocov e il Demonio di Bukowski, improvvisamente la cosa iniziò ad interessarmi e spostai l’attenzione. Presi carta e penna ed iniziai a scrivere una poesia, il testo originale l’ho perduto ma diceva all’incirca così:
 
“Brama la tigre in caccia nella giungla scarlatta
dietro la preda di cui a visto la fatta,
sangue d’intorno scorre
dalle viscere della torre,
istinto che ascolta la tromba
suonare gira e rigira nella tomba,
morto non fui, solo addormentato
e pronto son ora a sollevar…”
 
  Ricordo precisamente che non mi veniva la rima, mi ero lasciato trascinare e non avevo calcolato la prima quando davanti ai miei piedi si aprì una fossa e come fosse sputato dalla terra uscì fuori una statua di pietra che subito disse:
“Io sono Giulio Cesare, il disgustato!”
 
 La bambina si stava allontanando con il pallone in mano richiamata dalle urla della madre, sculettava e come sculettava, avevo le bave che colavano incandescenti e sentivo tutti gli intestini agitarsi come grovigli di serpi che volevano uscire dall’uovo. Il vento era cessato, non si sentiva più uccello cantare, intanto eravamo passati al Don Giovanni e questo si chiamava Giulio Cesare. Un bel problema. Mentre l’intuito lavorava in sordina gli dissi: “Giulio Cesare è morto da più di duemila anni, forse sei un matto scappato dal Cottolengo, di la verità.”
 
Lui parve arrossire come fanno le pietre vicino al fuoco e rispose: “Io sono un cantastorie, stavo sulle porte della città e le raccontavo a chi aveva i soldi per pagare, certe le scrivevo su rotoli di carta e quelle le vendevo più care, non si guadagnava granché ma si tirava avanti.”  
 
L’intuito mi stava aprendo la porta di una storia incredibile, intanto i miei visceri continuavano a contorcersi, la bambina era tornata sul prato a giocare ed il bianco delle sue mutandine che tornivano un culetto al primo fiore bello come una bistecca al sangue mi stavano raggrinzendo la pelle, sentivo artigli invisibili che si sfoderavano, lunghi denti feroci alla brama di quel sangue…  
 
 
Questa storia finisce così, arrivò uno squadrone di scolari scortati dagli insegnanti che ruppero subito le righe per mettersi a giocare sul prato, la bambina si mescolò a loro e non la vidi più, la cosa mi fece desiderare di rinascere ma per il momento dovevo accontentarmi di com’ero, il buco si era rinchiuso e la statua non parlava, quando mai si sono viste statue che parlano? doveva essere fantasia, forse avevo sognato, a quei tempi non avevo ancora pratica dei capricci dell’Arte ma ora, rileggendo queste righe, la tigre che vive sotto le mie braci si è messa in caccia ed il profumo che sente è tutta una sorpresa.

giovedì 11 maggio 2017

L'effimera.

 
Sono un puparo o meglio lo ero perché adesso…

All’inizio giravo col carro, entravo nelle piazze col somaro al gran passo, avevo inventato tutto un ingranaggio che girava con le ruote mettendo in azione sonagli, tamburelli, campane e richiamavo un sacco di gente, soprattutto i bambini che correvano a frotte ed era proprio un piacere ascoltare i loro trilli coi miei balocchi, poi aprivo i teloni del carro con una religiosità che sembrava s’alzasse il sipario della Scala di Milano e iniziava lo spettacolo, c’era…e ci sono ancora ma adesso, come dire…vedremo più avanti, Carlo Magno sul trono e Orlando, Rinaldo e Gano il traditore, Astolfo sul cavallo alato che si portava sempre tutti sulla luna con lui e la bella Angelica, Medoro, la maga Alcina, avreste dovuto sentire come risuonavano le spade nei combattimenti e come si lamentava Orlando impazzito contro la bella Angelica fuggita col moro, sembrava Adamo cacciato dal paradiso dopo aver mangiato la mela che imprecava contro Eva.

Di imparare a memoria non m’è mai andato giù e poi mi veniva a noia, improvvisavo ed ogni volta li facevo dire diverso ma la storia era sempre quella e dopo un po’ rimasero tutti in casa a guardare la televisione ed ai miei spettacoli non venne più nessuno.  Iniziai a vivere d’aria, la fame è brutta, di fare altri lavori non ero capace ed ormai ero vecchio per cominciare qualsiasi cosa, cominciai a vendere tutto quello che avevo di superfluo anche il somaro ed alla fine mi rimase il carro come casa ed i pupi e mi rintanai in una foresta vicino ad una fonte d’acqua pura.  

Con le trappole riuscivo a catturare qualche uccello e poi c’erano le castagne, i funghi, la frutta, in qualche modo tiravo avanti ma la noia, quella…la sera al buio accendevo un fuoco, c’era la musica della sorgente e disponevo tutti i pupi intorno a me, il fuoco li animava ed i loro occhi brillavano quando mi guardavano come se fossero vivi, arrostivo un uccello, sgranocchiavo qualche castagna, mi dissetavo alla fonte e poi arrivava la notte, l’attesa e la noia…per fortuna i pupi non mangiano e a loro non dovevo pensare, li pulivo, li lavavo, li pettinavo, quello sì ma m’aiutava a passare il tempo e non mi lamentavo.  

Quel che mancava erano le donne, di mogli come di catene non ne ho mai voluto sapere, prima alla fine di ogni spettacolo mettevo via il necessario e con il superfluo facevo il giro delle puttane, ne conoscevo in tutti i paesi e se avevo i soldi erano sempre ben disposte ma poi…ebbene, iniziai a masturbarmi, avvenne per gradi, dopo cena per non perdere il mestiere recitavo ai pupi le loro parti, tenevo in mano i loro fili e li facevo muovere come fanno gli spettatori ed anche applaudire poi forse cominciai a dare di testa e divenni furioso come Orlando, prendevo la bella Angelica e la facevo fottere con Medoro davanti ai suoi occhi poi mi fingevo d’essere lui e roso dalla gelosia li separavo e facevo mille pazzie fin quando mi misi al posto di Medoro ed allora aprivo le gambe ad Angelica e me la facevo in mille modi, ed anche Mellissa, e le maghe e me ne fregavo di Orlando e del suo senno ed intanto, senza che me ne accorgessi, tutti quei loro fili mi si attorcigliavano intorno al corpo e si facevano sempre più stretti come i miei movimenti tanto che sembravo una mummia e potevo solo più strisciare come fanno i vermi.  

La fame era diminuita, m’accontentavo di poco, erbette radici, qualche lumaca… Una notte mentre attizzavo il fuoco col fiato invisibile dei pupi che aleggiava intorno dalla fonte uscì una ninfa, era bellissima, completamente nuda e completamente fatta d’acqua ma l’acqua stava su da sola, non era liquida e come mi accorsi presto la si poteva toccare ed anche…alle favole non ci ho mai creduto però per il mio mestiere ne conosco tante e la riconobbi subito, lei si sedette vicino, guardava il fuoco, rideva come fanno le cascatelle quando rimbalzano sui sassi, sembrava imbarazzata come me, la guardavo, non sapevo che dirle e lei era proprio bella, aveva un viso che sembrava un angelo, faceva volare e mi sentivo proprio innalzare per aria inoltre era estremamente eccitante, ogni curva al posto giusto, una bocca, un culo…mi venne subito duro, sembrava che comunicassimo col pensiero e lei non si fece pregare, anzi, leggera come una farfalla che si posa sul fiore mi aprì i pantaloni ed iniziò subito a succhiarmelo, mai nessuna puttana l’aveva fatto così bene poi si mise a cavalcioni e se lo infilò nella vagina, l’aveva stretta ma scorreva morbida e vellutata, ebbi non so quanti orgasmi ed anche lei, gorgogliava come fa l’acqua ed era torrente e poi rapida e tumultuosa e poi onda e mi scorreva sul corpo avanti ed indietro e non finiva mai.

Mi svegliai al mattino e le non c’era, i fili si erano fatti sempre più stretti, i pupi ormai mi stavano appiccicati, qualcuno aveva cominciato a dipanarsi come da una matassa e tutto m’avvolgeva e non potevo far altro che aspettare la notte e la mia ninfa. Lei veniva puntualmente ed ogni notte era spettacolo, passarono i giorni, i mesi, i pupi si erano completamente dipanati avvolgendosi intorno a me, sembravo proprio un bozzolo, la ninfa si posava a cavalcioni sopra e sembrava covasse, ormai l’amore lo facevamo solo col pensiero, lei mi stringeva e ci davamo fino al mattino senza fermarci mai ed al risveglio non c’era.  

Un mattino, proprio questa mattina per essere precisi, mi sono svegliato che sentivo un prurito strano intorno al corpo, un energia che non avevo mai provato, un forza…provai a battere contro le pareti dell’uovo e quelle si incrinarono, feci pressione e si aprì un buco, lo allargai e riuscì ad uscire…incredibile, ero tutto un altro, nudo, bellissimo, avevo le ali e le aprì subito per volare, volai sopra mari e montagne, feci il giro del mondo, so d’essere un’ effimera e che ho solo questo giorno e adesso, mentre le ali stanno perdendo forza e sto lentamente planando a terra già vedo il ragno che mi aspetta per tessere la tela della prossima storia.

  


martedì 18 aprile 2017

I livelli del pensiero.



Era il periodo dell’imbarchino, bello per certi versi e brutto per altri, comunque quella notte mi ero ubriacato a morte, avevo fumato a più non posso ed avevo anche sniffato un quartino. Ricordo vagamente che avevo cercato la macchina ma non la trovavo e allora m’ero seduto su una panchina e poi in un modo o nell’altro mi ero addormentato. Era quasi l’alba, al Valentino l’aria si stava schiarendo, gli uccelli avevano cominciato a cantare…  Mi svegliai a mattino fatto per il rumore di un camion che stava caricando i rifiuti.

 In quei giorni stavo leggendo Bucowsky, non è che mi piacesse tanto, ce l’aveva a morte coi negri, con gli ebrei e con i ricchioni, sembrava di sentire parlare Hitler, una mentalità radicata nella letteratura americana, però mi aveva rotto i canoni ereditati dal liceo del eroe all’Andrea Sperelli, borghese e dandy facendomi scoprire una tecnica nuova che mi stava rivoluzionando il modo di scrivere.  Aprii gli occhi con questi pensieri, forse era la continuazione di un sogno, avevo un leggero mal di testa, nausea e mille altre cose fastidiose ma il pensiero andava per conto suo e lo ascoltavo, avevo collegato il filone che dalla moglie maiala di Bloom nell’Ulisse di Joyce passava al parassitismo montmartriano di Henry Miller, Parigi, l’Irlanda e poi l’America e Bucowsky era tedesco, fiutavo anche influssi dalle trasgressioni di Oscar Wilde che però essendo ricchione non doveva piacergli, non ci vedevo il nesso e in quel momento mi accorsi di un nero, giovane e vagamente effeminato, vestito con sandali, jeans attillati pieni di buchi ed una camicia a fiori aperta sul petto glabro dove pendeva una lunga catena con un crocefisso appeso. Il viso truccato con labbroni, un grosso naso, occhi cerchiati, orecchini e capelli ricci tinti di rosso.

 Si vedeva chiaramente che era un travestito, subito i miei pensieri cambiarono e si misero a battere a campana contro i ricchioni, che cazzo vuole questo? Come me lo tolgo di torno? E così via, quello intanto si avvicinò e mi chiese in un italiano stentato se sapevo dirgli dov’era Porta Nuova.

Provavo repulsione, in un angolo della mente si insinuò un pensiero nuovo che diceva che quella mentalità non era radicata solo in America, per un attimo scorsi le suore al catechismo ed il prete poi e quindi la Bibbia, gli impestati di Sodoma inceneriti nei forni dell’ira divina e gli indicai automaticamente la strada da prendere senza guardarlo in faccia.

“È molto lontano?” chiese ancora lui.

“Neanche un chilometro.”

“Allora ho tempo… il treno parte alle undici e poi…” si mise a ridere e continuò: “Non ho neppure i soldi, tu…che hai fatto stanotte? Hai una faccia…però non sei malaccio, se mi dai ventimila lire ti succhio il cazzo, che ne dici, sono brava.”

 La proposta mi inorridì, non ho mai avuto niente contro i ricchioni, forse è una cosa che bisogna cominciare da bambini, neanche me l’avesse chiesto un cane, per me ognuno è libero d’essere quello che gli pare ma ognuno al suo posto e gli risposi malamente d’andare a rompere i coglioni a qualcun’ altro.

 Lui imbronciò gli occhi e dondolando sulle gambe, con voce in falsetto, continuò: “Sei cattivo, ne ho proprio bisogno, devo essere a Milano nel pomeriggio, dammi almeno qualcosa.”

I miei pensieri cambiarono ancora e questa volta si scagliarono contro gli accattoni, provavo un fastidio indicibile che la nausea ed il mal di testa acuivano all’insopportabile, gli dissi ancora di andarsene, invece lui alzò una spalla e si sedette sulla panchina. Odorava di sudore misto a non so quale profumo, aveva la pelle nera degli africani ma il viso incipriato lo facevano sembrare uno zombie.  Ero disarmato, dalle narici scendeva ancora il gusto dolciastro della roba e la nausea era aumentata, avevo voglia di vomitare, provai ad alzarmi ma lui mi trattenne e disse: “Tutte le parti sono comprese nell’universale, tu ti credi superiore a me?”  

Le sue parole mi stupirono, i pensieri cambiarono ancora e questa volta si buttarono sulla filosofia, lo guardai negli occhi per la prima volta e gli chiesi: “Hai letto Hegel?”

 Lui rise e ribatté: “Mi sembri il tipo che si ferma alle apparenze, che ne sai di me?”

 Andavamo avanti rispondendoci a domande e risposi: “A me piace farmi i cazzi miei e questo ti basti.”

“Va bene, a me piacerebbe proprio fare il cazzo tuo e lo farei con molto amore…”  

Ancora… di natura non sono scortese, quello che aveva detto mi aveva colpito e non volevo più trattarlo male allora tirai fuori il portafoglio per dargli qualcosa e togliermelo dai coglioni. Guardai dentro: “Contando gli spiccioli m’è rimasto un dieci mila, te li do ma lasciami in pace.”
Non era vero, avevo appena finito un lavoro e ce l’avevo gonfio, ma dieci mi sembravano sufficienti.

 “Così?... sei proprio un bel tipo, però se me li dai li prendo ma…non mi va di averli gratis, credimi, tu ce l’hai con quelli come me ma che ne sai, hai mai provato?”

 “No, non mi interessa.”

“Parole, mi vorresti dire che sei un ipocrita ben pensante?...se non l’hai mai fatto prendila come un’esperienza nuova, dieci mi bastano, tu tieni gli occhi chiusi, non guardare, faccio tutto io. Poi ti sentirai più leggero, vedrai… noi lo facciamo meglio delle donne perché loro non ce l’hanno e non lo conoscono altrettanto bene.”

La repulsione si era allentata e la proposta mi stuzzicava, in quel momento i pensieri si erano zittiti ma sentivo un diavoletto tentatore che mi incitava da in mezzo alle gambe. Lo guardai bene, aveva il corpo flessuoso, non dimostrava più di vent’anni, il viso femmineo, le labbra che sembravano fatte apposta. Rimasi un attimo in silenzio e poi gli chiesi: “Siamo in un parco, è pieno di gente, dove lo vorresti fare?”

 Lui indicò un grosso cespuglio che cintava una fontana e rispose: “Andiamo là, tu ti sdrai e lasci fare a me, sarò uno zuccherino, ti farò vedere le stelle.”

“Va be’, andiamo.”

Ci portammo dietro la siepe, mi fece sdraiare nell’erba e iniziò subito a massaggiarmelo da sopra i pantaloni con tocco delicato ed eccitante. Mentre mi sbottonava la cerniera disse: “Adesso chiudi gli occhi, dev’essere una sorpresa.” E con la mano me li fece chiudere.

 A occhi chiusi sentivo le sue carezze sul corpo, aprì la cerniera e lo tirò fuori, ce l’avevo duro come un mattone, sentivo che lo massaggiava e la cosa era estremamente piacevole, poi non sentì più niente, rimasi un minuto in attesa e riaprii gli occhi, lui non c’era più, mi alzai di scatto e lo vidi in fondo alla strada che correva, istintivamente portai la mano al portafoglio, naturalmente era scomparso.

Ormai era troppo lontano per rincorrerlo e di fare chiassate non sono il tipo poi…bella figura ci avrei fatto se l’avessi raccontato. Nel parcheggio vidi la mia macchina, mentre la raggiungevo facevo i conti, nel portafoglio non tenevo i documenti, ci avevo rimesso duecento mila ma in banca ne avevo ancora qualche milione, mentre mettevo in moto, non so perché, mi mise a ridere.

sabato 8 aprile 2017

La libertà.


Quel giorno ero al Valentino seduto all’ombra di un salice piangente vicino ad una fontana e stavo leggendo il racconto “I sette piani” di Buzzati, ero arrivato a metà e già avevo intuito come sarebbe andato a finire, cominciavo ad annoiarmi e guardavo in giro, poco lontano accovacciato tra l’erba c’era un chitarrista che suonava cantando ad alta voce, proprio in quel momento diceva:
 
“Bella che stai alla finestra
guarda quell’ombra che cammina in strada
dritta e feroce è la sua spada
tutta per te ribolle la minestra…”

  rimasi un attimo a meditare sulla rima della minestra che mi sembrava eccessiva quando senza preavviso mi ritrovai davanti uno specchio, mi assomigliava vagamente e senza chiedere il permesso si sedette accanto, appoggiò la schiena al tronco e tirò un sospiro di sollievo. Può sembrare strano ma quello fece proprio così, ero imbarazzato ed anche infastidito, stavo per alzarmi e cambiare posto ma lui mi prevenne dicendo: “Aspetta, sono venuto per parlare d’affari, qual è la cosa che ti interessa di più, esprimi un desiderio.” Lo specchio era di vetro come son fatti gli specchi ma questo oltre a parlare aveva una particolarità non facile da descrivere, era al contrario, non si vedeva dall’esterno ma dall’interno, era la prima volta che guardavo dall’altra parte e mi intendevo poco di anatomia. Comunque le sue parole mi stuzzicarono, rimasi a pensare un attimo mentre il chitarrista cantava:  

“Giù per la china ho trovato il fosso
seguendo il passo delle sue scarpette
profumo di latte, sembravano tette
invece era acqua tinta di rosso…”

  e risposi: “Mi piacerebbe avere un sacco di soldi!” Lo specchio rise e ribatté: “Che cosa te ne fai dei soldi?” “Quello che mi pare, la libertà.” “La libertà posso capire…” continuò lui, “ma i soldi, guarda.” Sullo specchio apparve un nababbo pluri miliardario che si stava contorcendo a letto per il dolore con intorno uno stuolo di medici che lo assistevano e più in là i parenti tutti inginocchiati in lacrime che pregavano sottovoce implorando la sua morte per poter ereditare.” La cosa non mi sorprese e dissi: “Questo è un caso limite, che centra, sei forse un cinico? Tutti prima o poi si deve morire, questo si sa ma nel frattempo…e sì, nel frattempo…” Non mi fece conclude la frase, nello specchio apparve un tavolo ricoperto di tasse da pagare mentre stavo discutendo col commercialista su come imbrogliare il fisco, subito dopo volando come pipistrelli nella notte nuguli ululanti di paure sotto forma di ladri, rapinatori, assassini, ecc. e nel mentre mi stavo ricoprendo di fili spinati che sembravo una mummia acuminata.” “Questo è quello che fanno i bischeri!” esclamai, “Per me sarebbe diverso…” Lo specchio rise e continuò: “Ne sei sicuro?” Guardai la probabilità, in effetti si ramificava in una serie di effetti fastidiosi che mi piacevano poco, rimasi un attimo indeciso ascoltando il chitarrista cantare:  

“Bella che stai alla finestra
là sulla strada che porta al sole
prendi con te queste parole
che volan deste sulla via maestra…”

  poi dissi: “Forse hai ragione, allora cos’è la libertà, senza un soldo non si cava un picco, è come stare in prigione, tutte le cose che si sognano, è un inferno!” Lo specchio sbuffò una nuvoletta sarcastica e disse: “Già, hai centrato l’argomento, che cos’è la libertà? C’è molta confusione sull’argomento, un nome la cui forma non è di facile interpretazione, per saperlo bisognerebbe chiederlo a lei.” “A chi?” “Lei, la libertà, vuoi che non sappia che cos’è?” “Dove si trova questa libertà?” Proprio in quel momento il chitarrista cantò:

“Cuore che intendi senza pensiero
quel che il momento ti porta a fare
solo te stesso tu puoi amare
e ogni attimo che ti par vero…”
 

domenica 19 marzo 2017

Pagina bianca.




Le figure del canone, una serie di passaggi obbligati, il poeta pittore e musicista, si va a naso quindi il profumo, si dice fiutare la pista ed ecco apparire l’immaginario collettivo, per il momento non suona, si vede un armadio baule pieno di abiti rosi da tarli che rodono, le canne dell’organo attaccano la Toccata e fuga in re minore di Bach, solo il nome ed a questo punto appare un immenso cimitero sulla luna, figure aggiornate di fuochi fatui che danzano sulle tombe ognuno la sua storia, potrebbe avere inizio dalle figure della mitologia classica, Giove and company, ogni popolo ha i suoi, nomi diversi applicati alle stesse forme che poi si evolvono ad oggi con le facce trasmesse dai media. Dico potrebbe perché potrebbe essere più antico ma per il momento limitiamoci a questo. L’immaginario è un universale immaginato quindi trascendente, come ogni buon filosofo sa l’universale è formato da parti, un patchwork tipo la tela di Aracne, in questa si vede la cripta buia di una chiesa, una luce fatua sul fondo, l’organista tocca, si vede un imponente crocefisso con J.F. Kennedy inchiodato com’era prima della morte, tutto come al solito, la corona di spine, la ferita al costato, la fascia lurida e insanguinata che gli copre il “pacco”.
Di fronte inginocchiata c’è una suora in tonaca nera, la si vede di spalle, sembra che stia recitando un rosario ma non si può dire con certezza perché biascica le parole come se fosse senza lingua. Sequenza, si avvicina al crocefisso e gli addenta i coglioni sotto la fascia poi scuote la testa avanti ed indietro come se volesse staccarglieli, smette qualche secondo e la si sente pronunciare più volte con astio acido e rancoroso: “Traditore!” e riprende ad addentarlo e tirare, Il crocefisso non è affatto una statua, sembra proprio carne viva, muove la testa gemendo a denti stretti e con voce soffocata dal dolore dice: “Perdonami… tornerò e ti salverò…”
La suora non sembra ascoltarlo e continua a mordere, un movimento statico puramente onirico così come potrebbe sognare una mummia morta da millenni, a questo punto mi deve aver sentito, la suora smette di mordere e gira la testa verso di me. Nella penombra del cappuccio si vede un volto scheletrico con la pelle sottile ed incartapecorita, il naso rientrato, la bocca un grumo, gli occhi infossati con sul fondo due pallide luci che tremolano.
La suora si tocca il viso poi con voce stranamente giovane e civettuola, in inglese americano che per comodità traduco in italiano dice: “Di che stai parlando? Guarda come sono bella, nessuna è più bella di me!”
Dopo la toccata la fuga, su una linea melodica si vede Rea Silvia sepolta viva che accusa Marte di averla sedotta, su questa si vede l’inferno però non quello immaginario, quello reale.
“Chi sei?” le chiedo.
La suora con uno strillo molto femminile di sorpresa risponde: “Come, non mi riconosci? Io sono Marylin Monroe, la divina!” Guardo le probabilità e continuo: “Qui non esistono specchi?”
Lei con voce questa volta roca e cavernosa ribatte: “Di quali specchi vai parlando? Tu piuttosto, che ci fai qui?”
“Sono venuto ad ucciderti.”
“Ah ah ah!” ride lei, “sono già morta e lui…” indica il crocefisso, “ha promesso che verrà per portarmi in paradiso ma…è falso, un bugiardo…tu non sai…”
Kennedy dalla croce ha aperto gli occhi, con voce pietosa e supplicante ripete: “Perdonami, tornerò e ti salverò…”
La suora lo guarda, alza una spalla indifferente e con occhi diventati più luminosi torna a rivolgersi a me. Con probabilità da manicomio dice: “Sono contenta che sei venuto, adesso non sarò più sola. Lui…” mormora una bestemmia sotto voce e continua: “Anche tu all’inferno, lo sapevo che saresti venuto qui, quando sei morto?”
Ignoro la domanda e probabilizzo: “Una parola che non muore, quando te lo disse l’ultima volta?”
“Che cosa?” chiede lei, leggermente allarmata.
“Che sarebbe tornato per salvarti.”
La suora guarda il crocefisso poi gli si avventa contro e gli morde furiosamente i coglioni gridando: “Traditore, traditore!”
Tasto delicato, con cautela ribatto: “È inutile che mordi, quei coglioni non esistono, non li ha.”
Lei si scosta dal crocefisso tremando, mi guarda e con voce mielosa dice: “Allora vuoi che lo succhi a te?... sono brava a succhiare cazzi, lo faccio anche ai… tiralo fuori, che aspetti, ti faccio un pompino all’americana, non c’è nessuna più brava di me a farli.” “Di quale sogno stai parlando? Non ho voglia di sprecare parole con una vecchia rincoglionita, quando te lo disse l’ultima volta?” La suora si passa una mano scheletrica e rugosa davanti agli occhi, dondola il corpo per qualche secondo e risponde: “Me lo disse…mi pare…forse stavo guardando la televisione, c’era lui e parlava dei ragazzi in Vietnam, poi mi guardò fisso e lo disse, disse proprio così, che sarebbe tornato a salvarmi…poi…ci fu un esplosione, la televisione…esplose e…poi…mi ritrovai qui…da allora…”
“È avvenuto tutto per televisione, cose che ti sognavi, lo hai mai visto di persona?”
  “Certo, veniva tutte le notti, mentre dormivo, si infilava nel letto e poi… io…nessuna lo…” si interrompe e si mette a singhiozzare. Continuo: “Eri malata di nervi, non riuscivi più a lavorare, ti avevano abbandonata tutti e avevi il corpo che si riempiva di grinze e cuscinetti, ci doveva essere un dottore…”
“Oh sì, anche lui e qui, è un angelo bellissimo, sta su in paradiso, ogni tanto me lo fanno vedere, nell’ora d’aria, sai, qui…mi vergogno tanto.”
  “Hai avuto un figlio da lui?”
“Questo è un segreto che non sa nessuno, chi te lo ha detto?”
“Si vede nella figura, il figlio di dio, lo hai saputo qui, però tu sei ancora vergine perché avevi…”
“Se sai già tutto perché insisti?...”
È vero, infatti ci sarebbero tante cose da aggiungere ma si apre una porta e nella cripta si accende una lampadina sul soffitto, entrano due infermieri neri africani grossi e muscolosi, la sollevano per le ascelle e dicono: “Per oggi basta così, sei stanca, ora devi riposare.” Senza dir altro la trascinano fuori, un corpo esangue, privo di qualsiasi volontà. Nella cripta rimasta vuota l’automa crocefisso ripete: “Perdonami, tornerò e ti salverò!” ai muri che rispondono l’eco.

giovedì 16 marzo 2017

Il convitato di pietra.



Tempo fa ho conosciuto uno che era un fervente buddista. A quei tempi frequentavo l’università di filosofia e nei giorni caldi andavo al Valentino col cane, cercavo un albero con una bella chioma e mi sedevo alla sua ombra per ripassare la lezione. Preparavo un esame su Epicuro che a quei tempi mi affascinava e stavo leggendo il De Natura di Lucrezio quando lo vidi. Stava seduto a gambe incrociate sui bordi di una fontana, era vestito con una tuta dal colore giallo sbiadito, scalzo, teneva il busto rigido e le mani abbandonate sulle ginocchia, completamente immobile. Sul momento mi sembrò una statua ma ero alle prese col “Clinamen” che non riuscivo a capire, tutti questi atomi vomitati da Democrito che giravano per aria combinandosi a caso deviavano, fin qui ci arrivavo ma non capivo perché e mi figuravo un formicaio con le formiche atomi e poi cercavo di collegarci il Clinamen e vedevo che comunque andasse le formiche andavano sempre in cerca di cibo e questo non deviava dalla regola eccetto quando venivano catturati dai ragni ed in quel caso era proprio un caso e oltretutto periodico. Fu per un incidente che ci conoscemmo, il mio cane gli si avvicinò, lo annusò e visto che rimaneva immobile alzò una gamba e gli pisciò addosso. Assistetti alla scena senza dir nulla, avvenne tutto in un attimo, lui sgranò gli occhi per la sorpresa, impiegò qualche secondo per riprendersi dal trance poi si alzò in piedi di scatto inveendo contro il cane. Quello naturalmente, seguendo la legge causa effetto propria dei cani venne subito a ripararsi da me così non potei fare finta di niente come faccio di solito ed in questo modo avvenne la deviazione che portò i nostri atomi ad incontrarsi ed a quel punto avevo capito il Clinamen, ero entusiasta e quando lui si avvicinò con aria furibonda gli diedi una sonora pacca sulle spalle per la gioia senza misurare le forze che lo fece sobbalzare e cambiare espressione. Non essendo abituato di natura a chiedere scusa e sempre preso dall’entusiasmo gli dissi: “Perché gli atomi mangiano e non avendo fame mutano la causa di necessità e se ne vanno a cercare altre!” Quello doveva avermi preso per un pazzo, si massaggiava la spalla con aria intimorita e si allontanò di qualche passo, poi mi indicò i pantaloni pisciati e stando sul chi va là mi chiese che cosa doveva fare. Aveva gli occhi a mandorla, non ho mai capito se fosse cinese o giapponese o chissà che altro perché qui si assomigliano tutti, aveva braccia e gambe leggermente arcuate, i capelli neri con la frangetta e gli occhi accesi d’orgoglio, nell’insieme sembrava una scimmia. Senza pensare gli risposi: “Semplice, te li togli, li lavi alla fontana e poi aspetti che asciugano.” Mi guardò incredulo poi scoppiò a ridere istericamente e lacrimava, intuivo che in lui c’era qualche rotella che non girava al suo posto forse per via del Clinamen e per fargli vedere d’impulso mi levai i pantaloni, ci pisciai sopra e poi andai alla vasca per lavarli. Il cane ci osservava incredulo, lui rimase ancora stupito, poi assentì col capo e si levò i suoi per fare altrettanto. Mettemmo i panni al sole poi ci sedemmo su una panchina in attesa che asciugassero. Era di poche parole, in quel primo incontro disse che stava seguendo una pratica di meditazione Zen, era in cerca del Nirvana, della pace interiore, del sommo bene e cose del genere. L’argomento si adattava a Epicuro, il tetrafarmaco, la super medicina, gli chiesi se faceva uso di droghe, lui disse che non era una medicina ma un abbandono dei sensi che portava ad una dimensione che non si poteva capire fin quando la si raggiungeva e finimmo l’argomento fumandoci una canna. Continuammo a vederci per circa un anno, sempre al solito posto, lui faceva le sue meditazioni mentre studiavo e nel frattempo il cane gironzolava per pisciare contro gli alberi o annusare il culo agli altri cani sotto gli sguardi allarmati dei loro padroni. Quel giorno era inverno, durante la notte aveva nevicato ed il parco era tutto bianco, sembrava di marmo. Il buddista era accovacciato  di fronte alla fontana, immobile come al solito. Ripulii una panchina e mentre il cane si scatenava in cerca di avventure olfattive aprii il libro che stavo studiando, è passato tanto tempo, mi pare fosse “Al di là del bene e del male” di Nietzsche. Passarono un paio d’ore, smisi di leggere e guardai verso di lui. Era sempre al solito posto immobile, c’era un piccione che gli si era posato sulla testa e lo beccava tra i capelli e si sentiva risuonare un toc toc toc vuoto che mi preoccupò. Mi alzai per andare a vedere, il piccione volò via ma lui rimase immobile con gli occhi chiusi. Lo toccai per svegliarlo, la mano incontrò un corpo duro, pietrificato, una statua! Non riuscivo a crederci, forse mi stava facendo uno scherzo e lui era da un'altra parte a ridere, guardai intorno ma non c’era nessuno, arrivò il cane ed incurante alzò una zampa per pisciargli nuovamente addosso, lo cacciai con una pedata poi facendo finta di niente mi allontanai. Da quel giorno non lo vidi più, che fine abbia fatto lo ignoro, forse aveva trovato quello che cercava, il Nirvana, una statua di pietra incurante del freddo e del caldo.

martedì 14 marzo 2017

L'isola del tesoro. Introduzione.



Introduzione.

Una notte mentre passeggiavo nelle vicinanze di un porto venni rapito da un gruppo di uomini incappucciati e trasportato di fretta su una nave che subito salpò per il mare blu.

All’inizio si tolsero il cappuccio, erano proprio dei ceffi, tutti sfigurati, a chi mancava un occhio, a chi un orecchio, a chi una mano, a chi un piede… subito dissero che mi avevano rapito perché avevano bisogno di uno per pelare le patate e che potevo scegliere se farlo oppure venire buttato ai pesci. A me questa cosa di pelare le patate convinceva poco ma visto l’alternativa accettai e per una settimana pelai patate e tutto filò liscio.

Arrivammo in vista di un’isola che al centro aveva un vulcano che fumava, si vedeva ancora da lontano, un puntolino piccolo piccolo, quando improvvisamente mi presero e legarono ad un palo e poi si misero davanti e con aria truce brandendo pistole, fruste e coltellacci mi dissero che erano alla ricerca di un tesoro e sapevano da fonti attendibili che ero a conoscenza del suo nascondiglio e dovevo dirglielo altrimenti mi avrebbero fatto a pezzi.

Ero proprio in un bel guaio, di tesori non ne sapevo nulla e quelli sembravano pazzi furiosi, cercai di prendere tempo, dissi loro che poteva essere ma al momento non ricordavo, dovevo pensarci su, insomma, dissi anche altro ma quelli non si facevano infinocchiare e mi punzecchiavano coi coltellacci. Al mezzodì si ritirarono nell’ altra parte della nave per pranzare e intanto discutevano a voce alta gridando tutte le torture a cui mi avrebbero sottoposto ma a questo punto dall’isola si sentì un’esplosione violentissima poi un fischio lacerante avvicinarsi rapidamente quindi la nave venne colpita proprio al centro da un enorme masso infocato che la divise in due, me da una parte e quelli dall’altra.

Il mare era agitato, spinti dalle onde i due tronconi iniziarono ad andare alla deriva ognuno per conto suo in preda alle fiamme ed intanto affondavano, per giunta si vedevano arrivare grossi squali da tutte le parti ed il cielo si stava ricoprendo di uccellacci gracchianti che non dicevano nulla di buono.

Legato com’ero non sapevo che fare, cercai di liberarmi ma le corde erano strette, per fortuna l’asse dove era fissato il palo era stata spezzata dall’impatto del macigno e con uno sforzo erculeo riuscii a sradicarlo poi trovai uno spigolo tagliente e segai le corde.

L’incendio si era quasi spento ma il troncone sballottato dalle onde continuava ad affondare, nel mare i pescicani sembravano sghignazzare e deglutivano affamati e nel cielo gli uccellacci oscuravano il sole, spensi le ultime fiamme e poi mi guardai intorno per cercare qualcosa che mi tenesse a galla ma non si trovava proprio niente. Ero disperato e intanto il tempo passava, dopo un po’ m’accorsi che la nave aveva smesso di affondare, insomma era quasi tutta sott’acqua ma restava a galla, aprii un boccaporto e guardai sotto, nella stiva c’era una partita di air bag che nell’impatto si erano gonfiati ed avevano occupato tutto lo spazio comprimendosi contro le murate e limitando l’entrata dell’acqua.

Inutile dire che tirai un sospiro di sollievo, per giunta in uno sgabuzzino trovai delle gallette, un barile di acciughe e delle pinte di rum così feci subito uno spuntino.

Il troncone andava alla deriva e si stava avvicinando all’isola, sembrava attratto, guardai intorno per cercare gli altri ma a parte gli squali e gli uccellacci non c’era traccia.

Per farla breve arrivai all’isola, proprio qualche minuto fa, il relitto si incagliò sul fondale ad una cinquantina di metri dalla riva ed adesso sono qui che la sto guardando.



Continua...